
Ci sono traguardi che rappresentano il punto di arrivo di anni di impegno, sacrifici e determinazione. Per Matilde Fantin, una nostra ex studentessa che ha frequentato il Liceo Scientifico Sportivo dell’Istituto Matilde di Canossa, partecipare alle Olimpiadi Invernali 2026 come atleta della Nazionale italiana di hockey su ghiaccio ha significato trasformare un sogno coltivato fin da bambina in una straordinaria realtà.
Dietro questo risultato ci sono allenamenti quotidiani, rinunce, sfide e un percorso che ha preso forma anche tra i banchi di scuola, dove studio e sport hanno imparato a convivere in equilibrio.
In questa intervista Matilde ripercorre gli anni trascorsi al Canossa, racconta come il percorso del Liceo Scientifico Sportivo abbia contribuito alla sua crescita personale e sportiva, condivide le difficoltà affrontate per conciliare scuola e attività agonistica e rivive le emozioni provate nel rappresentare l’Italia ai massimi livelli dell’hockey su ghiaccio durante le Olimpiadi Invernali 2026.
Non si tratta solo di “tenere impegnati” i bambini, ma di accompagnarli in un tempo che abbia valore: fatto di scoperta, movimento, relazioni e nuove esperienze.

L'intervista
Il percorso al Liceo Scientifico Sportivo e la gestione del "Doppio Percorso"
Guardando indietro al tuo percorso scolastico, concluso a giugno 2025, in che modo il nostro Liceo Scientifico Sportivo ti ha aiutata a gettare le basi per diventare l'atleta e la studentessa che sei oggi?
Il liceo scientifico sportivo è stato sicuramente fondamentale perchè mi ha dato una struttura. Non solo a livello di studio, ma soprattutto a livello di imparare a gestire il tempo e le energie. Ho capito che per crescere come atleta non serve soltanto allenarsi e per essere una buona studentessa non serve soltanto studiare: servono equilibrio e costanza tra le due cose.
La mia scelta di frequentare un Liceo Scientifico Sportivo era comunque legata molto alla passione che ho per lo sport ma allo stesso tempo era anche in ottica di ricevere una preparazione generale che i licei scientifici forniscono. Ripensandoci ora e guardando indietro al mio percorso questa scuola mi ha formato in modo eccellente, preparandomi sia a livello scolastico, ma soprattutto a livello umano aiutandomi a sviluppare pazienza, disciplina, responsabilità e autonomia, rendendomi anche un atleta migliore.
Frequentare un liceo scientifico richiede molto studio e l'attività agonistica ad alto livello toglie molto tempo. Qual è stato il tuo "segreto" o la tua strategia quotidiana per organizzarti e non rimanere indietro in nessuna delle due cose?
Personalmente non penso esista un vero e proprio segreto che possa funzionare per tutti. Ognuno vive situazioni diverse e trova il proprio equilibrio in modo personale. Per quanto riguarda me, ho sempre cercato di seguire una routine molto rigorosa e di essere il più organizzata possibile.
La scuola è sempre stata qualcosa di estremamente importante sia per me che per la mia famiglia. Fin da piccola mi è sempre stato insegnato che lo studio doveva avere un ruolo fondamentale nella mia vita e che, se non fossi andata bene a scuola, lo sport sarebbe inevitabilmente passato in secondo piano. Questa cosa mi ha sempre motivata tantissimo, perché l’idea di dover rinunciare, anche solo in parte, alla mia più grande passione era qualcosa che non avrei mai voluto vivere.
Ovviamente non è sempre andato tutto bene. Ci sono stati momenti difficili, periodi in cui ero stanca, sotto pressione o in cui la scuola non andava come avrei voluto. A volte mi sentivo davvero sopraffatta dagli impegni e avevo la sensazione di non riuscire a fare tutto al meglio. Però credo che proprio in quei momenti sia uscita fuori la parte più importante del mio carattere: la costanza. Anche quando ero in difficoltà, ho sempre cercato di andare avanti senza mollare, un passo alla volta.
Per me la chiave è sempre stata l’organizzazione. Cercavo di programmare tutto in anticipo e di non arrivare mai impreparata. Se sapevo che durante il weekend avrei avuto due partite, allora cercavo di portarmi avanti con lo studio già nei giorni precedenti, così da riuscire a gestire meglio tutto senza accumulare troppo stress.
Durante il liceo, inoltre, giocavo in Svizzera, quindi oltre agli allenamenti e alla scuola c’erano anche i continui viaggi fino a Lugano quasi ogni pomeriggio. Le mie giornate erano davvero molto intense: finivo scuola alle 13:15, tornavo velocemente a casa per mangiare e alle 14:15 ero già in macchina direzione allenamento. Moltissime volte studiavo durante il viaggio, poi mi allenavo e, sulla strada del ritorno, riaprivo libri e appunti per continuare a studiare.
Non nego che sia stato faticoso. Ci sono state giornate infinite in cui arrivavo a sera completamente stanca, ma credo che tutto questo mi abbia insegnato tantissimo. Mi ha insegnato la disciplina, la capacità di gestire il tempo e soprattutto il valore dei sacrifici fatti per qualcosa in cui credi davvero.
Per questo, più che un segreto universale, penso che per me sia stato fondamentale imparare a essere costante, disciplinata e capace di programmare le mie settimane nel dettaglio. Alla fine, quando hai obiettivi importanti, sono proprio le piccole abitudini quotidiane a fare davvero la differenza.
Ci sono stati momenti, durante i cinque anni di liceo, in cui hai temuto di non farcela o in cui la stanchezza stava per avere la meglio? Se sì, come hai superato quel momento e chi ti è stato più vicino nella scuola?
Sì, ci sono stati diversi momenti difficili durante i cinque anni di liceo in cui ho avuto paura di non riuscire a conciliare scuola e sport. A volte mi sembrava davvero di essere costantemente in corsa contro il tempo. Capitava di stare via anche settimane intere per tornei, ritiri o competizioni e, mentre ero in trasferta, cercavo sempre di studiare e di rimanere al passo con il programma scolastico. Mi portavo libri, appunti e computer ovunque, e spesso studiavo in hotel o durante i viaggi. Però, se devo essere sincera, molte volte non riuscivo davvero a stare dietro a tutto. Quando tornavo a scuola mi sentivo spesso in difficoltà, perché vedevo i miei compagni andare avanti mentre io cercavo ancora di recuperare verifiche, interrogazioni e argomenti persi.
In alcuni periodi la stanchezza mentale era tanta, soprattutto perché volevo dare il massimo in entrambe le cose. Non volevo solo essere “quella che fa sport”, volevo comunque ottenere buoni risultati anche a scuola. Ci sono stati anche momenti in cui ho dovuto fare delle scelte difficili, come saltare allenamenti per studiare, soprattutto nei primi anni di liceo, quando ancora non avevo trovato un metodo di studio davvero efficace e facevo molta più fatica a organizzarmi.
All’inizio non è stato semplice capire come gestire tutto: allenamenti, gare, studio, interrogazioni, viaggi e anche il bisogno di avere un po’ di tempo per me stessa. In quei momenti, però, non sono mai stata sola. I professori mi sono stati molto vicini e hanno sempre cercato di comprendere la mia situazione, aiutandomi a gestire il percorso scolastico nel modo migliore possibile. Ho sempre percepito grande disponibilità e questo per me ha fatto tantissimo, soprattutto nei periodi più complicati.
Anche i miei compagni di classe hanno avuto un ruolo fondamentale. Non mi hanno mai fatta sentire esclusa nonostante le tante assenze e sono sempre stati pronti ad aiutarmi: mi mandavano appunti, compiti e cercavano sempre di farmi recuperare quello che perdevo quando ero via. Penso che senza il supporto delle persone che avevo intorno sarebbe stato molto più difficile affrontare tutto questo.
Alla fine, proprio quei momenti più complicati mi hanno insegnato tanto. Mi hanno fatto capire quanto siano importanti l’organizzazione, la determinazione e soprattutto le persone che ti sostengono quando sei sotto pressione.
Spesso si pensa che lo sport ad altissimo livello richieda dei sacrifici totali, anche dal punto di vista della socialità. Come hai vissuto il rapporto con i tuoi compagni di classe? Sei riuscita a vivere anche i momenti classici e spensierati della vita liceale?
Sicuramente, se devo essere sincera, non ho vissuto appieno la classica vita da liceale. Il venerdì o il sabato sera uscire era piuttosto raro, se non durante l’estate, quando la stagione era finita e riuscivo finalmente ad avere un po’ più di tempo libero. La mia quotidianità era molto diversa da quella dei miei compagni.

Però, onestamente, non mi è mai pesato troppo. Credo che quando hai un obiettivo così grande dentro di te, tante rinunce diventano quasi naturali. Ovviamente ci sono stati momenti in cui avrei voluto vivere tutto con più leggerezza, soprattutto quando vedevo i miei amici divertirsi insieme o organizzare serate all’ultimo momento alle quali io quasi sempre dovevo rinunciare. A volte mi dispiaceva sentirmi “assente” in alcune occasioni importanti, perché comunque a quell’età si ha anche voglia di condividere esperienze normali e spensierate con i propri amici.
L’anno in cui forse ho sentito di più questa differenza è stato l’ultimo anno di liceo, quello dei diciott’anni. Vedevo tutti festeggiare, organizzare feste, weekend, mentre io spesso dovevo scegliere tra uscire e presentarmi il giorno dopo pronta ad allenarmi o giocare.
Allo stesso tempo, però, penso che tutte queste esperienze mi abbiano fatta crescere molto. Lo sport mi ha insegnato disciplina, responsabilità e anche il valore del tempo. Ho imparato ad apprezzare molto di più i momenti liberi e le occasioni che riuscivo a condividere con le persone a cui voglio bene. E devo dire che ho avuto la fortuna di avere accanto amici e compagni che hanno sempre capito la mia situazione e mi hanno sostenuta tantissimo, anche quando non potevo esserci.
Alla fine, guardandomi indietro, rifarei ogni singola scelta. Tutti quei piccoli sacrifici mi hanno portata a vivere esperienze che da bambina sognavo soltanto. E credo che la cosa più bella sia proprio questa: sapere che, nonostante le rinunce, sto vivendo la vita che ho sempre desiderato.
L'eccellenza sportiva: Mondiali e Olimpiadi 2026
Subito dopo il diploma sei volata verso traguardi immensi, fino a partecipare agli eventi mondiali e alle recenti Olimpiadi del 2026. Che sensazione si prova a rappresentare il proprio Paese sul palcoscenico più importante del mondo mentre si è così giovani?
È stata un’esperienza unica. Credo sia stato l’evento più straordinario della mia vita fino a questo momento: un sogno che si è realizzato. Ricordo ancora quando, nel 2019, ero seduta sul divano con i miei genitori mentre annunciavano che le Olimpiadi si sarebbero svolte in Italia. In quel momento dissi a mio papà che avrei voluto far parte di quella squadra a tutti i costi. Rappresentare la mia nazione è sempre stato qualcosa di immensamente gratificante, che si trattasse di un Mondiale o anche solo di un’amichevole. Ogni volta che indosso quella maglia provo le stesse emozioni della prima volta; credo che non mi abituerò mai a ciò che si sente quando si rappresenta qualcosa di così importante. È un mix di emozioni difficile persino da descrivere.
Avere poi la possibilità di vivere tutto questo alle Olimpiadi, davanti alla mia famiglia, ai miei amici e a 10.000 persone, è stato incredibile. Qualcosa di davvero indescrivibile. Non dimenticherò mai le emozioni vissute prima della prima partita: eravamo tutte felicissime e pronte a iniziare quella che sarebbe diventata l’esperienza più bella della nostra vita.
Sicuramente la pressione non è mancata, anzi, ce n’era tanta. Però ho sempre pensato che la pressione sia qualcosa di positivo, un privilegio. Non va vista come un ostacolo o un limite: se senti pressione significa che tieni davvero a quello che stai facendo. E, se riesci a trasformarla in energia, può diventare la forza che ti permette di raggiungere risultati incredibili. Per questo ho sempre cercato di incorporare quella sensazione, accettarla e trasformarla in qualcosa di positivo. E sicuramente la scuola mi ha aiutata a sviluppare ciò.
Durante le Olimpiadi del 2026, c'è stato un momento particolare in cui hai pensato: "Tutte le ore passate a studiare e ad allenarmi ai tempi del liceo sono servite esattamente a questo?"
Sì, assolutamente. Credo che uno dei momenti in cui ho pensato davvero “tutti i sacrifici sono serviti per arrivare qui” sia stato poco prima dell’inizio della prima partita olimpica contro la Francia. Appena messo piede sul ghiaccio nel riscaldamento lo stadio era già pieno. Ho fatto un giro di campo cercando di naturalizzare l’atmosfera intorno a me. In quel momento, in campo, circondata dalle mie compagne, con il palazzetto pieno e tutta la mia famiglia sugli spalti, per un attimo mi sono tornati in mente, come un flash, tutti gli anni passati, tra cui quelli del liceo. Le giornate infinite tra scuola, allenamenti e viaggi, le ore passate a studiare in macchina andando e tornando da Lugano, la stanchezza, le rinunce e i momenti in cui sembrava impossibile riuscire a conciliare tutto. Era come se per un attimo tutto il rumore dello stadio si fosse placato e non sentissi nulla, ma rivedevo dentro di me tutti i momenti che mi hanno formata e mi hanno permesso di arrivare a partecipare a quell’evento. So che sembra una scena da film ma davvero è quello che è successo. In quel momento ho capito davvero quanto ogni singolo sacrificio avesse avuto un senso. E come già detto in precedenza ripeterei tutto altre mille volte se il risultato finale è questo.

La mentalità e la disciplina che hai sviluppato tra i banchi di scuola (magari affrontando materie scientifiche complesse) ti sono tornate utili nella gestione della pressione psicologica di una gara olimpica o mondiale?
Sicuramente sì, mi hanno aiutata tantissimo. Anche se la pressione che si prova a scuola è diversa da quella che si vive durante una competizione olimpica o mondiale, credo che entrambe abbiano molti aspetti in comune. In entrambi i casi bisogna imparare a gestire l’ansia, mantenere la lucidità e continuare a dare il massimo anche quando ci si sente sotto pressione.
Durante il percorso scolastico, soprattutto affrontando materie scientifiche complesse, mi sono trovata spesso in situazioni in cui dovevo restare concentrata per molte ore, organizzare bene il tempo e affrontare difficoltà senza perdere la calma. Verifiche, interrogazioni, scadenze importanti o periodi particolarmente intensi mi hanno insegnato a controllare le emozioni e a ragionare in modo lucido anche nei momenti più stressanti. Col tempo ho capito che questa capacità mentale si costruisce giorno dopo giorno, proprio come avviene nello sport con gli allenamenti.
Per me la scuola è stato qualcosa che mi ha preparata molto sotto l’aspetto mentale. Mi ha insegnato la disciplina, la costanza e soprattutto la capacità di non arrendermi davanti alle difficoltà. Nelle materie scientifiche, ad esempio, non sempre si trova subito la soluzione: bisogna avere pazienza, continuare a ragionare, provare diverse strade e mantenere la concentrazione anche quando qualcosa sembra complicato. E fidatevi, perchè devo essere sincera, che quando cercavo di risolvere problemi di matematica o bilanciare un’equazione di chimica la soluzione non arrivava mai al primo tentativo per me purtroppo. Però alla fine penso che questo approccio mi sia tornato molto utile anche nello sport, perché in partita succede spesso di dover reagire rapidamente agli imprevisti e mantenere il controllo emotivo.
Alle Olimpiadi o ai Mondiali la pressione è sempre tanta: sai di rappresentare il tuo Paese, ci sono aspettative molto alte e ogni dettaglio può fare la differenza. In quei momenti la preparazione fisica è fondamentale, ma lo è altrettanto la forza mentale. Essere abituata, anche grazie alla scuola, a lavorare sotto pressione e a restare lucida mi ha aiutata tantissimo a gestire l’emozione e a non farmi sopraffare dalla tensione.
Il presente e il futuro: Il College Americano
Grazie ai tuoi successi sportivi e scolastici oggi studi in un college americano. Quali sono le differenze principali che stai riscontrando tra il sistema scolastico italiano e quello statunitense nel supportare gli atleti d'élite?
Le differenze sono moltissime. Purtroppo penso che, nonostante il sistema scolastico italiano prepari gli studenti in modo molto solido dal punto di vista teorico e culturale, quando si tratta di riuscire a conciliare studio e sport ad alto livello ci siano ancora diversi limiti organizzativi e strutturali.
In Italia, spesso è più difficile far combaciare in modo flessibile gli impegni scolastici con quelli sportivi: orari rigidi, meno possibilità di personalizzazione del percorso e una struttura che non sempre tiene conto delle esigenze di un atleta che si allena o gareggia frequentemente. Questo può rendere complicato gestire trasferte, allenamenti intensi e competizioni senza sentirsi costantemente sotto pressione o in difficoltà con la scuola.
Negli Stati Uniti, invece, ho trovato un sistema molto più attento a questo equilibrio. Il college sportivo è pensato proprio per supportare gli studenti-atleti: c’è maggiore flessibilità nella gestione degli esami, degli orari e dei carichi di studio, e soprattutto c’è una cultura che riconosce lo sport di alto livello come parte integrante del percorso formativo. Gli atleti vengono seguiti, supportati e messi nelle condizioni di non dover scegliere tra studio e sport, ma di poterli portare avanti insieme.
Un’altra differenza importante è il tipo di mentalità: negli Stati Uniti lo sport universitario è valorizzato tantissimo e questo crea un ambiente molto stimolante, in cui ci si sente compresi anche nei momenti di maggiore pressione o stanchezza. In Italia invece, spesso, lo sport ad alto livello viene ancora visto come qualcosa che deve “adattarsi” alla scuola, più che come un percorso parallelo riconosciuto e sostenuto in modo strutturato. Anche a livello culturale, credo che lo sport abbia un ruolo molto diverso negli Stati Uniti rispetto all’Italia, e questo sicuramente aiuta le università a investire molto di più in questo settore.
Parlando un po’ della mia esperienza personale, mi trovo in un’università nel centro della Pennsylvania, a metà strada tra Philadelphia e Pittsburgh, in una cittadina molto piccola dove praticamente c’è solo il campus universitario. È una realtà completamente diversa da quella a cui ero abituata quando ero a Como. L’università però è molto grande, con circa 55.000 studenti, quindi è quasi come una piccola città. Abbiamo un programma di football americano molto forte e importante, con uno stadio da 110.000 posti che va praticamente sempre sold out a ogni partita. E la cosa che colpisce di più è che ci troviamo davvero nel “mezzo del nulla”, quindi si può immaginare ancora di più quanto lo sport sia centrale nella vita della comunità e dell’università. E parliamo di studenti-atleti, quindi ragazzi che non sono professionisti ma che stanno ancora studiando e costruendo il proprio futuro. Secondo me questa è la differenza più grande: negli Stati Uniti lo sport universitario è parte integrante della cultura, non solo da parte di coloro che frequentano l’università ma anche da persone che arrivano da fuori.

Le persone sono molto coinvolte, lo seguono, lo vivono con passione, e di conseguenza le università investono tantissimo in questi programmi. In Italia, purtroppo, lo sport viene spesso considerato in modo diverso e non sempre ha lo stesso livello di riconoscimento all’interno del percorso accademico. Il sistema americano ti permette di eccellere in entrambi gli ambiti, combaciando il tutto per la tua crescita personale. In Italia purtroppo arriva un momento in cui devi scegliere, un momento in cui conciliare entrambe le cose a livello alto diventa quasi impossibile.
Come sta andando questa nuova avventura oltreoceano? Quali sono i tuoi prossimi obiettivi, sia dal punto di vista accademico che sportivo?
L’esperienza si sta rivelando qualcosa di molto positivo. Terminato ora il primo anno posso dire di aver fatto la scelta giusta. Non solo sto riuscendo a combaciare entrambe le cose in modo eccellente anche grazie ai vari supporti che ricevo, ma sto vivendo un’esperienza umana che mi sta facendo crescere e responsabilizzare tantissimo. È la prima volta che vivo da sola senza la mia famiglia quindi diciamo che all’inizio non è stato facilissimo.
Prima di partire già solo il pensiero di dover imparare a fare una lavatrice da sola mi sembrava qualcosa di impensabile. Certamente non è stato un cambiamento facile, i primi mesi ho sentito comunque molto la mancanza della mia famiglia e dei miei amici ma ero consapevole che avevo fatto la scelta giusta. Sapevo che tutto sarebbe andato per il meglio, serviva solo tempo. sicuramente questa esperienza mi sta aiutando tantissimo a crescere, a maturare e a relazionarmi con nuove persone e nuove realtà ogni giorno. È davvero un’esperienza molto formativa che sicuramente non voglio dare per scontata. Mi sto rendendo conto giorno per giorno di quanto sia stato importante per me aver avuto il coraggio di partire e affrontare questa nuova esperienza, sia da un punto di vista sportivo che scolastico che umano.
Al momento con il fatto dell’infortunio la stagione prossima sarà un po’ diversa dal solito. Però tornerò negli Stati Uniti ad agosto e da lì continuerò la riabilitazione e incomincerò il secondo anno. L’obiettivo della stagione a livello sportivo è quindi di recuperare al massimo dall’infortunio e prepararmi per quando sarò pronta a rientrare. A livello scolastico sicuramente passare tutti gli esami e i corsi e continuare a imparare qualcosa di nuovo e capire ancora meglio se il percorso che ho scelto è quello giusto per me.
Se potessi parlare adesso davanti a un'assemblea degli studenti della nostra scuola, in particolare ai ragazzi che frequentano l'indirizzo sportivo e che sognano in grande, quale consiglio ti sentiresti di dare loro per affrontare al meglio il liceo e lo sport?
Il consiglio che darei è quello di non smettere mai di imparare cose nuove. Restare curiosi e aperti mentalmente è una delle abitudini più preziose che si possano sviluppare, sia dentro che fuori dal campo. Nello sport c’è sempre qualcosa da imparare, che sia una tecnica o un modo diverso di interpretare il gioco. È proprio nel momento in cui si pensa di aver imparato tutto che si smette di crescere: ci si adatta solo a ciò che si conosce e, di conseguenza, si smette di migliorare.
Credo che questa mentalità vada anche ben oltre lo sport. Nella vita di tutti i giorni, la voglia di imparare rende le persone più adattabili, più forti e più pronte ad affrontare nuove sfide. Aiuta anche a costruire maggiore fiducia in sé stessi, perché si è consapevoli che c’è sempre qualcosa su cui si può lavorare e migliorare.
Un consiglio che darei è quello di restare umili, non smettere mai di lavorare duro e di non perdere mai il desiderio di crescere. Che sia durante un allenamento, nello studio o nella vita quotidiana, è proprio il desiderio di migliorarsi che ci rende persone migliori.
E come ultima cosa, non permettete a nessuno di farvi smettere di credere nei vostri sogni. Non smettete mai di lavorare duramente per raggiungerli. Come disse il mio allenatore della nazionale alla squadra durante la preparazione alle Olimpiadi: “Ogni giorno abbiamo l’opportunità di migliorare o di peggiorare: sta a noi decidere. Sta a noi scegliere se trasformare i nostri sogni in realtà o continuare soltanto a sognare.”

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